Calais

“Apri lo scatolone, chiudi lo scatolone, aprilo, chiudilo, apri, chiudi, apri chiudi. È inutile che cerco a destra e a sinistra, non abbiamo abbastanza tende, non ci sono abbastanza tende! Cosa cazzo gli diamo per dormire adesso?

250 felpe con cappuccio taglia M, 135 taglia L, 57 maglioni scuri, 103 magliette colorate, 45, 120, 23 riportati indietro, 76 da riordinare. La polizia? Ancora? Un altro sgombero? Quanti ne hanno arrestati? Hanno bruciato alcune tende. “

Suona la sveglia

Sono tornato a casa da un paio di settimane ma ogni tanto mi capita di sognare scatoloni, vestiti, distribuzioni e incontri che hanno segnato i miei ultimi due mesi trascorsi a lavorare insieme ad Help Refugees a Calais, sulla manica, al confine con il Regno Unito. Due mesi davvero intensi, pieni, estremamente interessanti ed educativi, gioiosi, tristi, disperati, faticosi fisicamente ma ancor più psicologicamente. Ogni volta che mi sposto a lavorare in una nuova realtà, nonostante pensi di essermi ormai abituato a determinate situazioni, mi ritrovo sempre spiazzato, incredulo, come fosse la prima volta sul campo.

Ho deciso di partire per Calais una volta tornato a casa dalla Serbia dove ho lavorato con Collective Aid, con la voglia di lavorare in un contesto diverso, in una differente zona d’Europa, per conoscere nuove associazioni, nuove persone, nuove idee e aggiungere un piccolo pezzo al puzzle che pian piano sto costruendo nella mia testa. È un puzzle che ho cominciato a mettere insieme solo qualche anno fa, senza immaginare che i pezzi fossero così tanti e così diversi tra loro, ed ogni volta che mi sembra di intravedere l’immagine nascosta, capisco che si tratta solo di una parte di quello che in realtà è un vero e proprio dipinto, con parti molto scure ed altre più luminose, senz’altro pieno di colori e mille sfumature che mi regalano man mano sensazioni ed esperienze sempre nuove.

A Calais ho lavorato principalmente con Help Refugees, un’associazione inglese abbastanza grande che opera direttamente sul campo solo nel nord della Francia ma che ha come scopo principale la raccolta di fondi per finanziare moltissime associazioni più piccole che lavorano in tutta Europa e non solo. Mi aspettavo di trovare un gruppo di volontari ma mi sono ritrovato immerso in un vero e proprio universo, circondato da diverse associazioni francesi e inglesi impegnate a lavorare insieme allo stesso progetto, ognuna con le proprie peculiarità, pregi e difetti, e con scopi e campi d’azione differenti. Essere a contatto con diverse realtà associative mi ha permesso di scoprire, conoscere ed imparare moltissime cose e lavorare con persone molto diverse tra loro mi ha dato la possibilità di osservare, un po’ stupito e un po’ affascinato, i diversi approcci di menti e personalità differenti tra loro, che tra incontri e scontri producono una quantità ed una qualità di lavoro che non avrei mai immaginato.

Come sempre, prima di arrivare a Calais non avevo che una minima idea di come stessero le cose ma in pochi giorni ho cominciato a capire le dinamiche e la storia di questa piccola cittadina.
Dopo l’evacuazione del grande campo ufficiale, “la giungla”, nel 2016, tutti i migranti rimasti sul territorio si sono ridistribuiti in modo non ufficiale in piccoli siti attorno alla città, suddivisi un po’ per etnia e un po’ per comunità e al momento ci sono circa un migliaio di persone in quattro o cinque siti differenti. Non è ben chiaro quale sia stato lo scopo dello smantellamento del campo ufficiale, dal momento che lo stato non ha messo a disposizione un’alternativa vera e propria (le sistemazioni di emergenza o le abitazioni statali sono praticamente sempre piene anche se si tratta di persone vulnerabili, ne vengono fornite informazioni a chi vive nei campi improvvisati di come funzioni la procedura di richiesta d’asilo o di come siano gestite le abitazioni statali) e sembra che l’interesse o forse la velata speranza della polizia e delle prefetture sia che ad un certo punto tutti i migranti presenti sul territorio decidano di andarsene in un altro posto non ben precisato e non si sa bene nemmeno per quale motivo. Ma poco importa il perché le persone siano a Calais o come possano spostarsi o risolvere la loro situazione perché l’unico vero interesse è che smettano di “creare un fastidio” per la comunità e lo stato stesso, che accada perché riescano ad attraversare il confine o perché muoiano investiti, di freddo o asfissiati cercando di attraversarlo non fa alcuna differenza. Non proprio quello che mi aspettavo insomma.

Vi starete chiedendo cosa abbia combinato in questi ultimi due mesi? Ci arrivo subito.

Molto spesso quando parlo con qualcuno quasi mi dimentico di essere stato via per tutto questo tempo senza comunicare propriamente quello che stavo facendo e mi capita di dare per scontato che la persona che ho davanti abbia visto esattamente quello che ho visto io e fatto esperienza di quello che mi è capitato. Forse, penso, è un po’ anche un modo per difendermi da quello con cui sono entrato a contatto e che, come sempre, mi ha rivoltato sotto sopra, perché non mi è sempre semplice riuscire ad aprirmi e tirare fuori questo insieme di eventi che mi hanno travolto.

Ma torniamo a noi. Nei mesi di maggio e giugno mi sono occupato principalmente di distribuzioni di vestiti e prodotti igienici nei siti dove vivono la maggior parte dei ragazzi che cercano di raggiungere l’Inghilterra attraverso la manica. Lavorare nell’ambito delle distribuzioni è molto più complesso di quanto si possa immaginare perché non si tratta solamente di portare qualcosa a qualcuno ma di una vera e propria macchina con mille ingranaggi che devono lavorare simultaneamente ed in collegamento costante per far sì che tutto fili più o meno liscio.

Tutto comincia dall’arrivo delle donazioni nel grande magazzino dove ho passato gran parte del mio tempo. Chi gestisce le distribuzioni lavora all’interno di questo grande capannone con il team che si occupa di gestire donazioni in entrata ed in uscita, smistare, controllare e riordinare tutto mettendo ogni cosa nel posto adatto oltre a gestire il via vai di volontari sempre in arrivo e in partenza con la loro voglia di lavorare e di capire meglio come funzioni il tutto. Nel magazzino ho lavorato quindi con altri volontari occupandomi di controllare le donazioni in entrata per capire cosa andasse bene e cosa no per le distribuzioni, misurare e smistare tutti i diversi capi a seconda del loro utilizzo, del loro stato e della nostra necessità nel distribuire, contare e ricontare pile infinite di vestiti di ogni genere e colore (non avete idea di cosa si trovi nelle donazioni) per poi spostarli qua e là.

Se chiudo gli occhi vedo ancora carrelli pieni zeppi di scatoloni, montagne di maglioni, buste giganti piene di magliette, e gente pazza che corre a destra e manca cercando di dare un senso a tutto.

Se mi immagino di muovermi attraverso tutto il magazzino spinto da un altro volontario su un piccolo porta pacchi, come mi è capitato molto spesso di fare, vedo a sinistra tavoli per misurare e contenitori di ogni forma, a destra persone che riempiono scaffali, più avanti coperte e sacchi a pelo e ancora tende chiuse e aperte per il controllo, borse, zaini, tutti i prodotti igienici immaginabili fino ad arrivare in quel posto magico per noi volontari che è la zona dove qualche anima pia ogni tanto si mette alla macchina da cucire per riparare qualche donazione che sarebbe perfetta se non fosse per quella piccola scucitura. Non ho mai desiderato tanto vedere qualcuno seduto ad una macchina da cucire per risolvere tutti i nostri problemi!

Una delle cose che mi ha stupito maggiormente in questi mesi è stata la straordinaria professionalità della maggior parte dei volontari con cui ho lavorato, tutti pronti a cercare di fare il più possibile e nel miglior modo possibile per far sì che tutta quella grande macchina funzioni alla perfezione. È tra queste fantastiche persone, con cui nel giro di poche settimane ho creato un legame davvero intenso, che ho scoperto la stupenda professionalità e passione di giovani che si sono trovati anche per caso in una realtà estremamente complessa e che sanno affrontare sfide lavorative e personali davvero impegnative, non senza difficoltà ne senza errori, certo, ma con uno spirito, una volontà ed un’energia che fatico a trovare altrove. In questo contesto non è mai mancata una straordinaria energia di condivisione, che ha reso le mie giornate di lavoro piene di divertimento, musica, supporto reciproco, conversazioni e discussioni interessanti, risate, pianti. Sono emozioni che ti cambiano, in mille modi diversi.

Una volta che tutto ciò che serve per le distribuzioni è ordinato e al suo posto, si passa alla fase di preparazione e di distribuzione vera e propria. Ogni mattina precedente la distribuzione il team si ritrova per impacchettare e caricare il camioncino con tutto ciò che verrà distribuito cercando di avere sempre il numero giusto di vestiti e prodotti igienici in modo che ce ne siano abbastanza per tutti, che rispettino un certo standard di qualità, che siano abbastanza omogenei tra loro ma che allo stesso tempo ci stiano tutti sul minivan.

Finita la preparazione ci si siede davanti ad un caffè per un piccolo briefing sulla distribuzione che sta per essere effettuata in modo da essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda, dividersi i ruoli, pianificare eventuali evacuazioni e risposte ad emergenze che possono sempre succedere. Si parte.

Le distribuzioni sono diverse a seconda del sito in cui si distribuisce e del numero di persone attese per la distribuzione; io ho quasi sempre preso parte a quelle che vengono definite “distribuzioni di massa” che prevedono la consegna di un solo tipo di capo di abbigliamento (oltre eventualmente a calze o mutande e ai sempre presenti prodotti igienici) a circa un paio di centinaia di persone. La distribuzione è tanto semplice in teoria quanto difficile in pratica. In poche parole uno o due volontari distribuiscono un capo a ciascuno dei ragazzi che si presentano e si mettono in fila, tre o quattro volontari controllano che la fila proceda regolarmente e fanno conversazione con chi arriva per dare qualche spiegazione circa gli orari delle mille diverse distribuzioni o fare semplicemente due chiacchiere mentre un altro paio di volontari si occupano di capire se ci sono problemi nei siti abitativi, se qualcuno ha qualche necessità specifica e chi sono i nuovi arrivati a cui distribuire una tenda e nella migliore delle ipotesi coperte e/o un sacco a pelo.

Tutto può filare liscio ma le difficoltà sono mille e diverse tra loro ed è per questo che occuparsi di distribuzioni può essere molto complicato sia a livello logistico che interpersonale. Da un lato ci sono molti aspetti da considerare quando si distribuisce qualcosa, da quelli più banali come l’assicurarsi di avere abbastanza capi per tutti o che i capi abbiano più o meno la stessa qualità per non creare discriminazioni, ad altri più complicati da gestire.

Non sempre è semplice distribuire un solo capo a persona quando tutti, sia loro che te, sapete che sarebbe necessario distribuire molto di più ma per mancanza di materia prima non è possibile. Non è semplice riuscire ad essere visti come imparziali nei confronti di tutte le diverse etnie presenti (nel campo principale convivono  persone di più di 20 nazionalità diverse) senza sembrare di favorire qualcuno piuttosto che qualcun altro, perché devi cercare di parlare con tutti, di rispondere a tutti, considerando che non tutti rispondono allo stesso modo al tuo modo di porti nei loro confronti e che non è sempre semplice nello stesso modo raggiungere persone di cultura diversa. Ci sono sempre mille cose a cui pensare quando distribuisci, quando parli, quando discuti e soprattutto quando devi spiegare che non puoi portare qualcosa di cui tutti hanno bisogno ma tu, in quel momento, non riesci ad avere. Non è semplice avere a che fare con persone vulnerabili, che vivono in condizioni estremamente degradanti per la loro dignità, che hanno problemi di dipendenza da alcool e droga per via del contesto in cui vivono e dei traumi che soffrono, che si trovano in un limbo legislativo e ancor più in una condizione di vita sospesa, perché quella che fanno non si può proprio chiamare vita, che spesso soffrono di disturbi psicologici o psichici anche gravi oltre che di diverse condizioni mediche problematiche.

Non è un lavoro semplice.

Penso di essermi trovato spesso in situazioni davvero complicate da gestire in primo luogo a livello pratico ma successivamente a livello personale. Mi è capitato spesso di dover gestire gli ordini per i nuovi arrivati e per le emergenze (solitamente scarponi, teli per coprire le tende, giacche e maglioni pesanti di emergenza, piuttosto che pantaloni nel caso qualcuno non ne avesse nemmeno un paio) in giornate che mi sono sembrate spesso infinite e durante le quali non riuscivo a non essere teso fino al ritorno al campeggio dove ho vissuto con gli altri volontari.

In quelle giornate mi è spesso capitato di dover gestire il “telefono delle distribuzioni” che rimane acceso tutto il giorno e il cui numero viene distribuito a tutti i ragazzi nei campi. Il telefono viene usato per ricevere messaggi e chiamate nel caso di nuovi arrivi che hanno bisogno del necessario per dormire e per raccogliere gli altri ordini durante il giorno e durante la distribuzione. Immaginate un volontario italiano, inglese o di altra nazionalità che cerca di comunicare con un ragazzo sudanese, iraniano o eritreo per discutere cosa si può o non si può consegnare, ma soprattutto perché, e organizzarsi per le distribuzioni. Mi viene un po’ da ridere e un po’ da piangere a pensarmi al telefono o di persona che comunico con i ragazzi tra gesti, inglese e parole in altre lingue che in qualche modo cercavo di articolare. Un cinema.

La parte più complicata, probabilmente la responsabilità maggiore, è sempre stata “dire no”. Un conto è distribuire, riuscire a consegnare qualcosa che piace e che serve, leggere il volto della persona davanti a te, parlarci, scambiarsi una stretta di mano o un abbraccio per il lavoro che stai facendo e la relazione che stai instaurando, una soddisfazione e una gioia indescrivibili, credetemi, ben altra cosa è dover spiegare a qualcuno che non puoi dargli quello che ti sta chiedendo.

  • Dire no a chi ti chiede un paio di pantaloni in più perché ne ha uno solo che tra l’altro vorrebbe anche lavare.
  • Dire no a chi ti chiede scarpe da tennis invece che scarponi sempre troppo pesanti o che attirano subito gli sguardi se ci cammini in città.
  • Dire no a chi ti chiede una felpa in più, una maglietta in più, una giacca in più.
  • Dire no a qualcuno che ti chiede un sacco a pelo, perché fa un freddo infame a dormire in una tenda e una o due coperte non bastano, ma tu di sacchi a pelo ancora non ne hai abbastanza da distribuire a tutti.
  • Dire no a chi ti chiede semplicemente di poter avere una tenda ciascuno, una tenda striminzita, che però tu non puoi dare perché le stai finendo quelle tende e allora ci si deve arrangiare e condividere una tenda in due, quella tenda che però per loro è tutta la loro casa e la loro vita.
  • Dire no a chi è arrivato la sera e deve aspettare fino all’ indomani per ricevere qualcosa.
  • Dire no a chi ti chiede una coperta in più, perché non ne hai abbastanza e le puoi consegnare solo ai nuovi arrivi. Avete idea di quanto sia disumano dire a qualcuno che il suo amico che è appena arrivato, magari chissà da dove, deve venire di persone per ritirare tenda e coperte perché non puoi dargliele a lui? Come se lui fosse un ladro, come se non ti fidassi, come se avere freddo non fosse una ragione sufficiente per avere un’altra coperta. Una coperta.

Me li ricordo bene quei momenti, mi ricordo le parole, mi ricordo i miei gesti e le mie parole, perfettamente, mi ricordo i loro volti, mi ricordo i silenzi in attesa che io cambiassi idea o trovassi un’altra soluzione che però non c’era, mi ricordo le richieste, mi ricordo i “per favore”, mi ricordo la delusione, lo sconforto, la rabbia a volte anche urlata, mi ricordo di quello che poteva essere mio nonno, mio zio, mio fratello e mi chiedeva una coperta che io non avevo.

Mi ricordo tutte le volte che non ho saputo cosa dire, perché quando qualcuno ti chiede a cosa serva sapere cinque lingue se poi non puoi fare nulla della tua vita o se qualcuno ti chiede perché tu puoi avere una relazione e lui no semplicemente perché è in viaggio da anni e non ne ha nemmeno mai avuto la possibilità, in quel momento non sai cosa dire.

Mi ricordo tutte le volte che avrei voluto avere il mondo in quella macchina, tutte le volte che avrei voluto dirgli che non era colpa mia, che ci provavo, che stavo dando tutto me stesso, tutte le volte che avrei voluto mollare tutto perché, in fondo, sai che non è giusto.

Penso che questi siano stati i momenti più difficili.

Ogni viaggio di ritorno dalle consegne sono stato male, perché poco conta che tu stia facendo del tuo meglio e ancora meno che tu non possa fare altro per aiutarli, perché in quel momento non c’è ragione che tenga, non c’è scusa e tutto sembra troppo complicato.

Quando lavori in questi luoghi, ti rendi conto di quanto non abbiamo la minima idea di quello che succede dietro casa, a pochi chilometri di distanza. Se c’è una cosa che vorrei profondamente, è che i vostri occhi potessero vedere esattamente quello che ho visto io, che poteste tutti camminare dove ho camminato, tra i rovi e i topi, in quei boschi dove centinaia di esseri umani sono costretti a vivere in condizioni che non immaginiamo nemmeno possano esistere.

Non potevo credere a quello che vedevo, non potevo pensare che mentre io me ne tornavo a casa c’erano ragazzi e famiglie che chiudevano una tenda in mezzo a quell’inferno.

Quell’inferno in cui ogni due mattine la polizia fa evacuare tutti coloro che ci vivono, raccatta tutto quello che trova, tende, coperte, vestiti, altri averi personali, per poi portarli via e lasciare che ognuno torni al proprio posto.

La stessa polizia che non ti permette di entrare e vedere cosa succede durante le evacuazioni anche se sei un volontario, anche se sei francese, la stessa polizia che non ti risponde quando chiedi il perché di ciò che fanno, che ti dice che devi fidarti, sono la polizia, lo stato, non succede niente di male, che nasconde i propri numeri identificativi per far sì che tu non possa riconoscere chi sta agendo in modo inadeguato e contro le leggi, che in passato ha malmenato profughi e anche volontari senza nessun motivo, che persegue penalmente volontari che cercano di testimoniare cosa accade, che taglia tende, che brucia zaini e cibo.

Ci sono momenti in cui ti chiedi dove tu sia finito, che fine abbia fatto il mondo a cui sei abituato. Ci sono stati momenti in cui non capivo più niente di quello che stava succedendo, in cui non avevo nessuna speranza e non vedevo nessuna luce in fondo a quel maledetto tunnel, in cui sono stato così arrabbiato, in cui mi sono sentito frustrato per la situazione e completamente inerme.

Ci sono stati dei momenti pieni di emozioni positive, soprattutto attimi, brevi istanti, che mi hanno donato una gioia così travolgente che non posso trovare le parole per esprimerla.

Mi ricordo quando, dopo circa una settimana, ho incontrato durante una distribuzione uno dei profughi con il quale qualche mese prima ho passato diverso tempo a parlare del più e del meno immersi nella neve della Bosnia, in un altro campo, in un’altra realtà. Ci siamo incontrati di nuovo e non appena l’ho riconosciuto quasi non ci credevo, proprio lui! Proprio il ragazzo che voleva sempre più olive in quella dannata insalata! Mi ha riconosciuto subito. Ci siamo abbracciati.

Un altro momento che subito mi passa davanti agli occhi risale al giorno della mia ultima distribuzione, quando una volta finita un uomo sulla sessantina, sempre molto pacato e gentile, mi è venuto incontro e mi ha chiesto come stessi, mi ha ringraziato per tutto quello che stavamo facendo, mi ha stretto la mano e poi, guardandomi con uno sguardo e un viso che penso non dimenticherò facilmente, mi ha detto che ho un viso dai lineamenti molto belli, degli occhi pieni di gioia e uno sguardo pacifico. Quel momento è valso più della fatica di tutti i giorni precedenti.

Si torna sempre a casa alla fine di ogni giornata, bella o brutta, lunga o corta, ed è lì che sono sempre riuscito a mettere un attimo in pausa tutte le complicazioni del lavoro e tirare un sospiro di sollievo. Rientrare al campeggio la sera è sempre stato il momento più importante. Ritrovare le facce e le voci che mi hanno accompagnato in tutti quei momenti complicati durante la giornata, farsi accogliere dall’abbraccio di quella strana famiglia, cucinare e mangiare insieme, sono stati per me il sostegno più importante in questi mesi. Non c’è bisogno di spiegarsi, non c’è bisogno di chiedere qualcosa. Ed è in quelle persone, così come nello sguardo, nella stretta di mano e nel sorriso delle persone che incontri ogni giorno e che ti sorprendono sempre, che trovo il senso dietro a tutto questo.

Lavorare in questi contesti mi regala sempre delle scariche emozionali impressionanti, a volte travolgenti ed improvvise ed altre volte più calme e avvolgenti. Penso sia incredibile, ed è uno degli aspetti che più mi affascinano di queste esperienze, quanto si possa imparare, scoprire, ascoltare e guardare stando a contatto e lavorando con tutte le persone che si incontrano. Amo profondamente scoprire qualcosa di nuovo, e mai come in questi mesi sono stato impressionato, stupito, riempito di gioia dagli incontri che ho fatto e da tutti gli spunti di riflessione che mi hanno regalato. Ho scoperto emozioni, ho cambiato idee ed abitudini, ho pensato così tanto ed in modo così diverso da come sono sempre stato abituato a fare, mi sono esposto, mi sono lasciato andare, mi sono spogliato di alcuni strati dentro i quali mi sono spesso nascosto per arrivare a scoprire qualcosa che se ne stava lì, dentro di me.

Tornare a casa fa sempre un effetto strano, devi sempre abituarti a ritmi diversi, persone diverse, situazioni completamente differenti da quelle lasciate alle spalle. Penso che l’aspetto più complesso sia la gestione della quotidianità, perché in una manciata di giorni ti ritrovi faccia a faccia con un altro mondo e ne uno ne l’altro sono mondi a te estranei, semplicemente differenti, quasi distaccati l’uno dall’altro ma in fondo così strettamente legati.

È qualcosa che faccio davvero fatica a spiegare alle persone con cui parlo e, prima di tutto, a spiegare a me stesso: non si può vivere in due posti differenti contemporaneamente, non si può essere in un luogo e in un altro allo stesso tempo né col corpo ne con la mente, non è possibile, a maggior ragione se sono contesti completamente diversi l’uno dall’altro.

Ci ho sbattuto la testa così tanto su questo problema (come sono solito fare) che ad un certo punto ho cominciato a pensare che sia proprio questa la chiave di volta.

Non ha senso cercare una soluzione a questa questione perché il punto, forse, è che in fondo in fondo non si tratta di posti diversi, non si è o qui o la, non sono due vite differenti, due mondi differenti, semplicemente basta allargare lo sguardo, smettere di tenere gli occhi fissi su noi stessi, sui nostri interessi, sui nostri problemi, anch’essi molto reali, su quello che volgiamo noi, di cui noi abbiamo bisogno e cominciare a guardarsi attorno, a pensare a chi hai di fianco, a cosa ti succede a un palmo di distanza, alle necessità dell’altro, di tutti gli altri e vi assicuro che la prospettiva cambia completamente e così anche i nostri bisogni e i nostri problemi, che non scompaiono affatto ma si trasformano!

Non serve andare a Calais, in Bosnia, in Serbia per cambiare le cose (che pure è così semplice e necessario, ve lo assicuro!), non venitemi a dire che ammirate quello che faccio perché non avreste il coraggio, il tempo o la volontà per farlo, perché ciò che deve cambiare non è là, ma esattamente qui, esattamente nel posto dove state leggendo.

Quello che deve cambiare siamo noi. Nient’altro. E non c’è scusa che tenga, perché per cambiare noi stessi non dobbiamo andare proprio da nessuna parte, non abbiamo bisogno di soldi, non abbiamo bisogno di più tempo.

Dobbiamo solo iniziare a guardarci attorno.    

Un pensiero riguardo “Calais

  1. Ecco, succede come ogni volta che leggo le tue riflessioni Davide… parto incuriosita, perché cercare di capire com’è stata la tua esperienza mi interessa sempre molto, ma, man mano che leggo le tue riflessioni, ne vengo assorbita, ne sono risucchiata e l’emozione si fa travolgente. Hai ragione Davide, profondamente ragione. Non ci sono scuse per rimandare il cambiamento che è tanto urgente quanto volontario, che deve essere individuale e personale prima ancora che collettivo… Mi è spiaciuto tanto non aver avuto ancora occasione di parlarti personalmente, ma la profondità e la pacatezza del tuo sguardo, quando ci siamo incontrati a Milano, mi hanno trasmesso gioia profonda e intimo orgoglio per la BELLA PERSONA CHE SEI. Sei speranza per il mondo, luce vivida che illumina il tunnel e ci permette ancora di credere che l’umanità si possa salvare. Grazie di esistere. Grazie di essere ciò che sei. Ti voglio tanto bene. Laura

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