Belgrado!

Finalmente trovo tempo e determinazione per raccontarvi cosa sto combinando qui a Belgrado.

Sono arrivato in Serbia da ormai tre settimane anche se, come sempre, il tempo vola e mi sembrano passati solo pochi giorni, ma è ora di dare qualche notizia e aggiornamento!

Dopo essere tornato per un paio di settimane a Sarajevo mi sono spostato a Belgrado per continuare a lavorare insieme a Collective Aid ma questa volta coinvolto in un nuovo progetto, appena partito e ancora in piena fase evolutiva. 

Qui a Belgrado l’associazione gestisce da più di un anno un “centro comunitario” nei pressi di uno dei più grossi campi profughi serbi nella cittadina di Obrenovac, all’interno del quale svolge diverse attività dirette agli ospiti del campo, da lezioni di lingua (inglese, tedesco, spagnolo, francese, italiano e serbo) ad attività ricreative quali teatro, musica, giardinaggio, yoga e fitness, fino a momenti di scambio culturale come nel caso degli incontri incentrati sulla cultura europea o sullo scambio culturale.

Durante la giornata i volontari conducono quindi delle “lezioni” che però spesso più che lezioni frontali si trasformano in momenti di confronto e scambio con i ragazzi che frequentano il centro, prevalentemente giovani provenienti da Pakistan e Afghanistan. Le lezioni iniziano verso le dieci di mattina e proseguono fino alle cinque di pomeriggio, secondo un orario settimanale preparato dal coordinatore del centro a seconda delle esigenze dei ragazzi, della disponibilità di volontari e dei progetti che si vogliono portare avanti.

Per quanto possa sembrare un luogo come un altro, del tutto normale, il community center rappresenta per coloro che lo frequentano un luogo dove poter incontrare, nel senso più genuino della parola, e condividere le proprie passioni e alcuni momenti delle proprie giornate. Penso non sia semplice capire quanto possa essere importante per i ragazzi avere la possibilità di accedere ad uno spazio sicuro come quello del centro, dove potersi esprimere in tutta tranquillità e trovare anche solo un pizzico di serenità e spensieratezza che, spesso, nel contesto in cui sono spesso costretti a vivere, manca.

Riporto quindi le parole di uno dei ragazzi che seguono le lezioni: “Vengo al centro per liberare un po’ la mia mente dallo stress. Incontrare persone speciali come i miei insegnanti mi aiuta a rilassarmi e a divertirmi in un ambiente positivo. La verità è che questo è il posto migliore per noi perché ci permette di dimenticarci di tutto il resto almeno per un po’. Nel campo, nonostante si sia sempre circondati da persone, ci si sente molto soli; è come camminare nel fango ed esservi intrappolati, senza la possibilità di muoversi né in avanti né indietro; ma una cosa che ho imparato è che bisogna sempre essere grati per quello che si riceve nella vita e in questo modo non si avranno mai momenti negativi.”.

Penso che queste parole rendano molto bene l’idea di cosa significhi un luogo come il centro comunitario per questi ragazzi. L’altra faccia di questa medaglia è ciò che il centro riserva ai volontari che prendono parte alle attività.

Mi sono fermato spesso a parlare con chi spende le proprie giornate tra la preparazione delle attività e delle lezioni e la loro effettiva attuazione al centro e ogni volta mi sono reso conto di quanto questi incontri giornalieri e questo genere di lavoro possano trasmettere a chi si trova dalla parte “dell’insegnante”. È sorprendente notare come ciascuno dei volontari resti affascinato dall’incontro con i ragazzi che frequentano il centro, dalla scoperta e dal confronto con culture molto diverse dalla nostra e al tempo stesso accomunate da alcuni sentimenti e desideri che ci rendono così simili. 

In particolare durante le lezioni di scambio culturale i ruoli di “insegnanti e allievi” si confondono trasformando le lezioni in momenti di condivisione, racconto, discussione e comprensione e scoperta reciproche. Non è sempre semplice scontrarsi con la realtà che vivono i ragazzi nel campo, perché al di fuori del centro ci sono storie di difficoltà, affetti lontani, persecuzioni, abbandono e ancora racconti di ciò che la rotta rappresenta per queste persone, racconti di tentativi di attraversamento di confini, di violenze subite, di respingimenti, di furti, umiliazioni, fatica fisica e psicologica. Racconti di vite al limite che distorcono la concezione di realtà che siamo abituati a vivere e vedere. 

Oltre a questo progetto, Collective Aid in Serbia si occupa di gestire un magazzino che raccoglie donazioni non edibili, prevalentemente vestiti e prodotti per l’igiene personale. Attualmente, il magazzino dell’associazione risulta uno dei più forniti e attivi in territorio serbo ed è punto di riferimento per molte altre associazioni che si occupano di distribuzioni in tutta la nazione. 

Ogni martedì e giovedì, inoltre, all’interno del campo di Obrenovac organizziamo la “serata cinema” durante la quale in un grande salone proiettiamo film per gli ospiti del campo, accompagnati da due grandi pentoloni di limonata preparata nel pomeriggio. In queste serate di film infiniti (avete mai provato a buttarvi nella filmografia di Bolliwood?) mi rendo conto di quanto attività di questo tipo restituiscano normalità a vite che di normale hanno davvero poco e così, con il mio bicchiere di limonata mi godo anche io il film tra le grida di approvazione e incitamento dei ragazzi per ogni scena di azione. 

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Vorrei ora parlarvi invece del progetto di cui mi sto occupando e che, con molto orgoglio, posso dire di star aiutando a far partire e muovere i primi passi. 

Ogni giorno nelle ultime tre settimane, ho lavorato insieme a due fantastici e instancabili compagni di viaggio e con l’aiuto a rotazione di altri volontari, all’interno del centro “refugee aid Miksaliste”, un centro di prima ricezione per i nuovi arrivi in territorio serbo, primo contatto con i servizi e tappa fondamentale nel viaggio delle persone verso la sicurezza.

Diverse associazioni lavorano all’interno del centro, costituito sostanzialmente da un paio di grandi saloni, qualche piccolo ufficio e un bagno fornito di docce, fornendo diversi servizi dall’assistenza legale, al supporto per i minori, cure mediche e assistenza nel processo di registrazione nel sistema di immigrazione serbo. 

  • Medici senza frontiere gestisce una piccola clinica che fornisce assistenza generica diretta a tutti e focalizzata in particolare nel reindirizzare i pazienti che soffrono di scabbia o pidocchi al servizio di docce medicalizzate; 
  • Save the children gestisce uno spazio per i minori di 12 anni con attività e lezioni di vario genere e collabora con i servizi sociali governativi per stilare una lista di casi vulnerabili che avranno la possibilità di passare la notte all’interno del centro; 
  • CRPC (crisis response and policy centre) è un’organizzazione civile che si occupa di assistenza e protezione di singoli individui e gruppi, dall’identificazione all’assistenza legale;
  • gli assistenti sociali si occupano della registrazione dei minori non accompagnati che arrivano al centro, accompagnandoli alla stazione di polizia e assicurandosi che ciascuno abbia ben chiaro quali siano i propri diritti in territorio serbo e quali le possibilità di richiesta di protezione o assistenza; 
  • Praxis è invece un’associazione che si occupa dell’individuazione di persone appena arrivate in città lavorando nelle strade di Belgrado, assistendole nel processo di registrazione in collaborazione con gli assistenti sociali del centro.

Cosa facciamo noi? Collective Aid gestisce, con l’assistenza di Medici senza frontiere, un servizio di docce e lavanderia dedicato alle persone che arrivano in città potenzialmente dopo settimane di cammino senza accesso ad altri servizi.

Da lunedì a sabato, dalle 9 alle 17 e poi ancora fino alle 19 per chi rimane nel centro per la notte, siamo aperti con le nostre 5 docce e una schiera di lavatrici per cercare di dare a tutti la possibilità di farsi una doccia calda e lavare i propri vestiti. Per quanto riguarda il servizio di lavanderia, chiunque si presenti nel nostro piccolo ufficio pieno di vestiti e scatoloni ha la possibilità di scambiare i propri vestiti sporchi ricevendone subito alcuni puliti nel caso non abbia intenzione di fermarsi o voglia semplicemente disfarsi di vestiti troppo logori o non adeguati oppure può lasciare i propri vestiti così che in un paio di giorni siano lavati, asciutti e pronti per essere ritirati ricevendo nel frattempo un cambio completo che poi dovrà riconsegnare quando riceverà i propri vestiti.

Una parte importante delle nostre mille lavatrici giornaliere è dedicata in particolare al lavaggio dei vestiti dei pazienti che dalla clinica di MSF arrivano alle nostre docce per un trattamento contro scabbia o pidocchi; le docce infatti sono suddivise in docce “igieniche” e “medicalizzate”, le prime dedicate a chi abbia semplicemente bisogno di una doccia calda (boiler permettendo), mentre le seconde sono dedicate a chi oltre alla doccia necessita il trattamento per le due malattie della pelle più diffuse tra chi si trova nella condizione di affrontare lunghi viaggi in condizioni precarie, senza la possibilità di riuscire a curare la propria igiene personale e costretto a dormire all’aperto o in luoghi abbandonati.

Ogni giorno arrivano quindi diversi pazienti direttamente dalla clinica medica con un foglio sul quale è riportata la diagnosi del medico e un flacone contenente il trattamento; in questi casi i pazienti hanno priorità sulle docce igieniche e hanno dunque accesso ad alcune docce che teniamo libere e pronte con acqua calda appositamente per loro. Dopo una doccia calda uno tra noi volontari (preparato dal personale medico di MSF) si occupa di spiegare nuovamente come funziona il trattamento e aiuta il paziente ad applicare la crema per poi consegnare un set di vestiti puliti e appositamente trattati per questo tipo di patologie.

Si tratta di un processo molto più semplice di quanto si possa immaginare che permette a chi soffre di queste patologie particolarmente fastidiose e potenzialmente pericolose se non trattate di riuscire a guarire in un paio di giorni. 

Ricapitolando, se nelle ultime settimane vi siete chiesti cosa stessi facendo probabilmente stavo facendo una delle seguenti cose:

  • caricando una lavatrice
  • svuotando un’asciugatrice
  • perdendomi negli scatoloni di vestiti alla ricerca di una maglietta o un paio di pantaloni da scambiare con qualcuno
  • immergendomi in un bidone di vestiti e asciugamani sporchi per recuperare tutto e correre verso le lavatrici
  • pulendo una doccia o un wc
  • caricando una lavatrice
  • rincorrendo qua e là chi si dimentica di lasciare le ciabatte fuori dalle docce e riprendersi le proprie scarpe
  • cercando in modo impacciato di spiccicare qualche parola in pashto per farmi capire meglio dai ragazzi
  • caricando una lavatrice (si, di nuovo)
  • imprecando contro i boiler mai abbastanza veloci a ricaricare l’acqua calda lasciandoci con docce fredde
  • cercando di farmi spazio in un via vai di persone che cercano un lavandino per lavarsi la faccia o prepararsi per la preghiera
  • caricando una lavatrice (ancora)
  • riempiendo moduli scrivendo quello che ciascuno lascia da lavare in modo da non perdere vestiti
  • chiedendomi in quale malefico modo lavatrici e asciugatrici risucchino vestiti che poi ci vuole una settimana per ritrovare magicamente da qualche altra parte
  • caricando una lavatrice (davvero, tantissime)
  • spalmando allegramente crema per curare la scabbia sulla schiena di qualche infreddolito paziente
  • scherzando con qualche ragazzo o con gli altri volontari
  • tirando un sospiro di sollievo per la fine di una lunga giornata, rillassandomi con i miei compagni di questo strano viaggio su uno dei nostri balconi rigorosamente senza ringhiere e parapetti in perfetto stile balcanico. 

Lavorare in questo progetto è molto diverso rispetto al lavoro fatto a Sarajevo, semplicemente per il fatto che per molte ore delle mie giornate sono a stretto contatto con le persone che usufruiscono del nostro servizio.

Nei primi giorni pensavo non fosse particolarmente difficile relazionarsi con i ragazzi o gestire la giornata con i suoi imprevisti e incontri ma sono bastati pochi giorni per scrollarmi di dosso quello che penso fosse un tentativo di non lasciarmi coinvolgere troppo da un ambiente che sapevo sarebbe stato intenso, ritrovandomi immerso in questa realtà, in una piccola parte delle vite di chi passa da qui, in un insieme di emozioni forti: sollievo, gioia, preoccupazione, sconforto, frustrazione. 

Ho cominciato ad allargare lo sguardo, comprendendo pian piano l’intreccio delle storie di chi si presenta alle nostre docce, ho cominciato a scambiare due parole con qualcuno nei momenti più tranquilli e in un attimo mi si è aperto un mondo di vite complesse ed esperienze diverse, inimmaginabili e sconcertanti. 

Spesso mi ritrovo la sera, pulendo le docce alla fine di una lunga giornata, a ripensare alle persone che ho incontrato. 

Ripenso a M. in viaggio dal nord africa, 35 anni, moglie e due bambini, che in questi mesi di viaggio lungo la rotta ha perso 18 chili e mi fa vedere le foto di quello che cucina a casa, degli amici, della famiglia e mi fa ascoltare qualche canzone algerina.

Ripenso a D. in viaggio dal Pakistan, 15 anni, due fratelli in Europa, che più o meno ogni due giorni ritorna alle docce per cambiare i vestiti sporchi per aver cercato di raggiungere l’Italia senza successo dopo essere stato respinto indietro in Slovenia o Croazia e mi racconta che il “viaggio” in Italia gli costa 6000 euro ma, dice, non è male perché paghi solo una volta arrivato.

Ripenso a L. anche lui dal Pakistan, 10 anni, senza genitori o parenti ad accompagnarlo in questo assurdo viaggio alla ricerca di qualcosa che non riesco nemmeno a capire. Dieci anni.

Nemmeno mi ricordo se la mia maggiore preoccupazione a dieci anni fosse quale gelato scegliere o se fare i compiti o meno.

Ripenso a padre e figlio con i loro zaini, di poche parole, con uno sguardo sempre stanco e un po’ disorientato.

Ripenso a quel ragazzo pieno di graffi e lividi in viso che mi racconta come la polizia sul confine croato lo abbia malmenato sbattendogli la testa ripetutamente contro la maniglia di una porta.

Ripenso all’espressione confusa di K. mentre cerco di spiegargli muovendo le braccia in aria in gesti confusi come funziona il trattamento per la scabbia senza troppo successo. 

Ripenso alle facce di chi esce dalla doccia con nuovi vestiti puliti come fosse rinato.

Ripenso alla mattinata affollata in bagno piena di gente che si sistema i capelli, si fa la barba, si risveglia. 

Ripenso ai ringraziamenti ricevuti per una doccia magari nemmeno troppo calda. 

Ripenso al sorriso dei ragazzi quando scherzo e sbiascico qualche parola in pashto per farmi capire meglio e la cosa li diverte, questa è senza dubbio la parte migliore delle mie giornate.

La verità è che di storie ce ne sono davvero tante e sicuramente non è semplice avere una visione chiara di quello che ci succede intorno ma mi sono reso conto negli ultimi mesi che, a volte, vale davvero la pena fermarsi un attimo in questa nostra vita così piena, frettolosa, impegnata e complicata per guardarci attorno e renderci conto che esistono mille realtà diverse dalla nostra, che spesso non guardiamo più in là del nostro naso, che probabilmente viviamo una vita molto più agiata della maggior parte dei nostri coetanei nel resto del mondo.

Non è una colpa essere nati in una situazione più favorevole, in un luogo sicuro con più possibilità; non è una colpa avere la possibilità di studiare quello che vogliamo, di viaggiare, di conoscere e scoprire quello che ci interessa; non è una colpa potersi permettere il lusso di non preoccuparsi di necessità essenziali quali del cibo e una doccia.

Ma, non è una colpa nemmeno il contrario.

Non è una colpa nascere in un luogo di conflitti, senza accesso ai servizi e privati delle libertà primarie, non è una colpa essere costretti ad abbandonare la propria famiglia come non è una colpa nemmeno cercare un posto dove riuscire a guadagnare di più perché, mettiamocelo bene in testa, non si emigra solo per le guerre ma anche per potersi costruire un futuro migliore, per garantire alla propria famiglia quei comfort in cui noi viviamo ogni giorno senza nemmeno rendercene conto.

Mio papà mi ha sempre detto con genuina semplicità, fin da quando ne ho memoria, che c’è un posto per tutti a questo mondo.

Ho sempre fatto un po’ fatica a capire fino in fondo questo concetto forse per via della mia testardaggine, ma giorno dopo giorno in questi ultimi mesi mi sono reso conto che non c’è cosa più vera. A volte basta semplicemente alzarsi e spostarsi un po’ più in là. 

A presto,

Davide

Un pensiero riguardo “Belgrado!

  1. Ciao Davidino!!!
    Che bello leggerti!!
    Come sempre leggo le tue parole tutte d’un fiato perché mi dissetano, mi aiutano a ritrovare senso in questa vita troppo spesso spesa, per la maggior parte del tempo, facendo cose inutili e trascurando la costruzione di rapporti umani significativi. Grazie per il bellissimo esempio che ci dai, grazie per la passione, per l’entusiasmo e per i valori che ci trasmetti con questa tua straordinaria esperienza. Nel nostro piccolissimo mondo cercheremo di imitarti facendoci un po’ più in là, nella nostra piccolissima quotidianità, per essere maggiormente accoglienti e disponibili con chiunque ne abbia bisogno. Un grandissimo abbraccio, a presto!
    Laura Zanoli

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