Te lo sei mai chiesto?

Non so voi, ma prima di andare in Grecia io non mi ero mai chiesto come potesse essere un campo profughi.

Sì, certo, ne avevo sentito vagamente parlare e magari avevo anche già usato questa strana parola qualche volta, ma mai mi ero chiesto come potesse essere la vita in un campo profughi, in un centro di transizione o qualsiasi altro nome gli si voglia assegnare.

Non avevo la minima idea di chi vivesse in questi campi, di che cosa facessero quelle persone, di chi ci lavorasse e di come fosse gestito né tanto meno avrei mai potuto immaginare la diversità delle varie tipologie di campi o ancora meno cosa potessero passare, fisicamente e psicologicamente, le persone che vivono in questi luoghi.

Ora, la mia esperienza è sicuramente molto limitata, ma voglio raccontarvi cosa e chi incontro ogni giorno in quella che è diventata una parte della mia routine quotidiana.

Non è facile per me cercare di mettere nero su bianco quello che vivo e che provo, e non mi risulta semplice provare a raccontare le immagini che ho impresse nei miei ricordi. Se quello che scrivo è a volte un po’ troppo intenso o magari un po’ confuso è solo perché cerco di lasciare spazio ai pensieri che mi passano per la testa e che, ovviamente, non seguono sempre un filo logico.

Praticamente ogni giorno da quando sono arrivato a Sarajevo passo una parte della mia giornata al centro di ricezione e transizione di Usivak (Ušivak Transit/Reception Centre), una piccola struttura situata nella cittadina di Hadzici, a una quindicina di chilometri da Sarajevo, operativa da qualche mese e gestita in collaborazione da IOM (organizzazione internazionale della migrazione) e Pomozi.ba, ONG bosniaca. Nel mese di ottobre il centro è stato aperto ufficialmente e Pomozi.ba ha chiesto ai volontari di Collective Aid, che già avevano cominciato ad occuparsi della distribuzione di pasti caldi per le persone in transito e in stallo a Sarajevo, di prendersi carico della gestione della cucina del campo vista l’esperienza maturata in Serbia e l’efficienza dimostrata nella preparazione e nelle distribuzioni in strada. Così ha avuto inizio l’avventura della piccola associazione per la quale sto lavorando in uno dei principali campi profughi del paese.

Sin dall’inizio sono state riscontrate diverse difficoltà nel riuscire a mettere in piedi un sistema efficiente di preparazione e distribuzione pasti all’interno della struttura nonché di gestione in generale, dal momento che la maggior parte del personale amministrativo di IOM, composto da locali così come quello della sicurezza, non ha molta esperienza nel campo dell’aiuto umanitario, ma l’esperienza dei volontari e la collaborazione con gli altri impiegati hanno permesso di muovere velocemente i primi passi.

Per quanto riguarda l’organizzazione dei pasti, i volontari di Collective Aid si occupano della preparazione e distribuzione di colazione, pranzo e cena lavorando senza sosta durante tutta la giornata, in un frenetico via vai dal magazzino alla cucina passando per la zona di preparazione. Come ho già accennato nel precedente articolo, due turni di volontari si danno il cambio a metà pomeriggio e questo permette di avere sempre forze fresche. Il sistema di distribuzione dei pasti prevede che gli ospiti del campo formino una fila fuori dalla sala adibita a zona colazione/pranzo/cena in attesa dell’inizio della distribuzione; una volta dato l’ok dalla cucina ciascuno si presenta al tavolo all’ingresso dove il personale di IOM effettua la registrazione necessaria per tenere conto di chi ha già ricevuto il pasto e riceve un piccolo ticket. Spostandosi dal tavolo della registrazione verso l’apertura che collega la cucina alla sala da pranzo, ogni ospite consegna il proprio ticket ad un volontario che gli consegna il piatto appena preparato dagli altri volontari.

In un incessante processo di preparazione dei piatti (molto più stancante di quanto si possa immaginare, ve lo assicuro!), organizzati in una sorta di piccola catena di montaggio, riusciamo così a servire dalle 400 alle 500 persone ogni pasto, a seconda degli ospiti che si presentano alla distribuzione.

Ogni distribuzione è un altalena di emozioni: c’è la stanchezza dovuta al lavoro incessante, la soddisfazione di riempire un piatto per cui hai lavorato ore, la gioia di ricevere un ringraziamento, un sorriso o una battuta, ma anche la tremenda frustrazione di dover dire a qualcuno che non può avere un altro pezzo di pane perché ce n’è uno per ciascuno e anche se sai che te avanzerà qualche pezzo non puoi garantirne un secondo pezzo a tutti, la tensione quando succede qualcosa in sala e qualcuno si scontra con gli altri ospiti o con la sicurezza, lo sconforto di vedere la rassegnazione negli occhi della persona a cui stai passando il piatto, la felicità di sentirsi in un certo senso realizzato perché stai facendo la differenza per qualcuno, e c’è anche il senso di appartenenza ad un gruppo di ragazzi che senza sosta riempie 500 piatti e canticchia, balla con la musica in sottofondo e che, nonostante tutto, riesce a costituire quella che ai miei occhi è una stramba ma accogliente famiglia.

Le distribuzioni durano un’ora e mezza ciascuna (colazione 9:00-10:30 / pranzo 13:00-14:30 / cena 19:00-20:30), periodo di tempo entro il quale gli ospiti devono tassativamente presentarsi e mettersi in fila fuori dalla struttura. La scansione temporale risulta strettamente necessaria: innanzitutto è fondamentale stabilire delle regole che permettano di svolgere il lavoro in modo organizzato e continuativo a tutto il personale coinvolto e allo stesso tempo questo fa sì che la distribuzione rappresenti un punto fisso nella routine degli ospiti. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare, soprattutto se ci fermiamo a pensare al contesto in cui ci troviamo: la maggior parte delle persone che vive all’interno del campo spesso passa intere giornate senza la possibilità di svolgere attività e, se non si allontana per raggiungere con i mezzi la città, si ritrova a spendere l’intero giorno all’interno di una struttura che, per quanto ci si sforzi di rendere accogliente e umana, in fin dei conti risulta essere un vero e proprio “contenitore”, troppo piccolo, troppo freddo e troppo poco accogliente.

Stabilire una routine quotidiana permette di fornire alcune piccole certezze a chi, come nel caso delle persone che vivono nel campo, si ritrova ad avere molte questioni in sospeso e poter contare sulla continuità con cui viene soddisfatto un fabbisogno fondamentale come quello di riuscire a mangiare risulta fondamentale. Non è immediato rendersi conto dell’effetto positivo che questo ha sulle persone che vivono in un campo, ma vi assicuro che è molto importante. Alla fine di ciascuna distribuzione, tutto il gruppo si occupa della pulizia della cucina e di cominciare la preparazione per il pasto successivo fino alla fine del turno. 

Oltre alle distribuzioni dei pasti, alcuni volontari dell’associazione, insieme ai volontari di Aid Brigade, svolgono anche attività ricreative durante la giornata. Vengono infatti organizzate lezioni di diverse lingue (inglese, francese, tedesco) per bambini e adulti e c’è la possibilità di giocare a diversi giochi in scatola o ancora partecipare a laboratori di disegno o pittura o semplicemente scambiare due parole con i volontari. Queste attività sono nate dalle idee dei volontari delle diverse associazioni che, avendo maturato in passato esperienze dello stesso tipo, hanno subito capito quanto fosse necessario organizzare questo tipo di intrattenimento che risulta davvero fondamentale per coloro che si trovano a restare all’interno del campo per molto tempo.

Spesso non ci rendiamo conto di quanto possa essere importante riuscire a staccare dalla monotonia di una quotidianità alla quale non ci si può sottrarre e questo tipo di attività possono rappresentare un importante sostegno.

Mancanza di spazio (fisico, personale, e psicologico) e mancanza di prospettive, sono queste le due piaghe che a mio avviso colpiscono maggiormente le persone che vivono in questo tipo di strutture.

Ne parlavo giusto l’altro giorno con un ragazzo che vive nel campo con il quale spesso mi ritrovo a scambiare due battute dopo le distribuzioni; le condizioni in cui vivono queste persone, la consapevolezza che non c’è una concreta possibilità di uscirne, sono spesso causa di problemi psichici e psicologici, nella maggio parte dei casi trascurati (uno degli aspetti maggiormente problematici quando si tratta di migrazioni), che possono portare ad abuso di sostanze stupefacenti e alcol, a screzi e risse tra gli ospiti e in casi estremi, come è già capitato in diversi campi profughi, anche al suicidio.

Immaginate di essere fermi in un paese dal quale non è possibile uscire, immaginate di passare (vivere?) dei mesi dentro una tenda alta un paio di metri nel punto più spazioso, con la vostra famiglia, magari con bambini di appena qualche anno o magari con i vostri genitori già anziani. Immaginate di non poter fare niente per cambiare la vostra situazione e di dover aspettare che cambi qualcosa che dipende interamente da qualcun altro che nemmeno conoscete, immaginate di avere la possibilità di vedere un dottore una volta alla settimana, se va bene, immaginate di ricevere dei pasti magari impacchettati e sottovuoto da cucinare su un piccolo fornello da campo, immaginate di non potervi fare una doccia ogni volta che ne avete voglia, immaginate di non avere l’acqua calda, immaginate di non poter comprarvi dei vestiti quando veramente vi servono.

Provate… provate davvero ad immaginare ciascuna di queste cose quando sentite la parola “campo profughi”, perché fa male pensarci ma è l’unico modo per cominciare a rendersi meglio conto di ciò che non immaginiamo e che è proprio qui a fianco a noi. In questo contesto dunque, i momenti della distribuzione riescono a diventare una motivazione in più per uscire da quei container che in questo strano processo sono diventati “case”, un’occasione per incontrare qualche faccia nuova, per scambiare una battuta con quei pazzi che da dietro un bancone, a ritmo di musica, ti passano un piatto e ti salutano, un modo per staccare la spina almeno per un momento e, questa è una delle mie speranze, trovare un attimo di sollievo.

Estremamente paralizzante rendersi conto di tutto ciò vero?

È probabilmente una delle sensazioni più forti che mi ha attraversato durante le diverse esperienze che ho fatto, prima in Grecia e ora in Bosnia. È qualcosa che non potrò mai cancellare dalla mia mente. È il momento in cui ti trovi faccia a faccia con queste persone, il momento in cui ti trovi in un aeroporto abbandonato ora pieno di tende, in un capannone industriale riempito di container in cui vivono 600 persone che condividono dieci bagni chimici, è il momento in cui ti fermi a guardare quell’uomo che potrebbe essere tuo padre, fermo, seduto su una cassetta, con lo sguardo perso nel vuoto a pensare chissà cosa, è il momento in cui sei in una tenda a bere un te con una giovane coppia con tre figli e il padre ti chiede se puoi dargli un passaggio al centro di Salonicco, proprio davanti al palazzo del comune, perché ha deciso di sedersi su quelle scale e restare lì, senza mangiare, senza bere, senza niente.

E morire.

Per vedere se qualcosa cambia. E tu non sai cosa dire. Cosa potresti mai dire ad un uomo che ti dice una cosa del genere? Cosa potresti scrivere su quel dannato tablet con il quale comunicate usando il traduttore? Niente. Vorresti solo scappare, avere la soluzione in mano, poter fare qualcosa per evitare tutto ciò.

Vivere in un campo profughi è anche questo.

Quando parti pensando di fare un po’ di volontariato non immagineresti mai di scontrarti con certe esperienze e spesso non è facile riuscire a gestire le emozioni che si provano. Sono dell’idea che esperienze di questo tipo, almeno per quanto mi riguarda, ti cambino completamente la vita e anche se non è semplice condividere quello che si vede, si sente e si vive, sono convinto che sia una parte davvero importante del processo.

Per questo motivo sono davvero contento di riuscire a condividere con voi una parte del mio filo del discorso.

A presto.

Davide

Un pensiero riguardo “Te lo sei mai chiesto?

  1. Carissimo Davide,
    Come sempre mi succede quando leggo le tue riflessioni, fatico ad arrivare in fondo perché gli occhi appannati dalle lacrime rendono difficile la lettura dei tuoi scritti sempre così tanto appassionati quanto delicati.
    Grazie Davide, stai facendo la parte che ciascuno di noi dovrebbe fare: accogliere il prossimo con l’amore che cancella ogni differenza e che costruisce ponti che uniscono e superano ogni difficoltà.
    Sono sempre con te, con le mie preghiere e con il mio cuore.
    Grazie, sei luce e speranza per un mondo migliore.
    A presto Davidino.

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