Quindi vai in Bosnia?

A – Ma dai ma ti sei laureato!? Complimenti! E ora che fai? Vai avanti? Cerchi lavoro?
B – Dai sì ce l’ho fatta! Ora beh, in realtà tra qualche giorno parto e vado in Bosnia!
A – In Bosnia (ma dov’è?!)?? e cosa ci vai a fare fin là?
B – Un po’ di volontariato, ma è una cosa un po’ lunga da spiegare…


Sono in Bosnia, appena fuori Sarajevo, da più o meno una settimana e finalmente riesco a buttare giù qualche riga per spiegarvi un po’ cosa sono venuto a fare fin qui. Potrebbe venirne fuori qualcosa di un po’ noioso, ma se avete qualche minuto e siete curiosi sono pronto a dare qualche spiegazione!


Prima di parlare di quello che sto facendo è però necessario capire cosa stia succedendo in questi mesi in Bosnia e avere un po’ più chiaro il quadro della situazione, almeno in linea generale.
Questa nazione si trova in una zona particolare dei Balcani dal momento che, mettendo da parte la Grecia, è situata al confine con il primo blocco di stati che fanno parte dell’Unione Europea (confina con la Croazia) ed è anche molto spostata verso alcune delle sue nazioni più centrali. Come forse saprete, dopo lo scoppio della guerra in Siria e anche per via delle vicende che riguardano altri paesi altamente instabili, come ad esempio Pakistan, Afghanistan, Iraq o gli stati africani, si è aperta un’importante rotta migratoria (chiamata appunto “rotta balcanica”) che porta persone in fuga da scontri, persecuzioni e forte instabilità ad attraversare il Medio Oriente per giungere in Europa attraverso la Turchia. Questa rotta prevedeva inizialmente l’attraversamento della Grecia e della Macedonia per poi trovarsi ad attraversare la Serbia e giungere dunque in Croazia o Ungheria ed avere così accesso alle altre nazioni europee. Tra il 2015 e il 2016 però, in seguito alla decisione degli stati europei più esterni di chiudere i propri confini, la rotta è stata formalmente smantellata, ma questo non ha impedito ai migranti di provare (e riuscire) ad attraversare i confini dei diversi stati per raggiungere l’Europa. Molte delle persone giunte dalla vicina Turchia, anch’essa pedina fondamentale nella scacchiera delle migrazioni verso il continente, sono rimaste e rimangono tutt’oggi all’interno degli stati posti al di fuori dei confini europei, quali Serbia e Bosnia, in attesa di riuscire a trovare un modo di oltrepassare i confini presidiati.

Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 la rotta ha portato i migranti a spostarsi verso la Bosnia, fino ad allora non considerata, ed i motivi sono svariati: risulta praticamente impossibile oltre che altamente rischioso e anche poco auspicabile oltrepassare il confine serbo che porta in Ungheria data la forte presenza di presidi lungo il confine (esiste una vera e propria recinzione) e la violenza con cui la polizia e alcuni cittadini legittimati all’uso di armi rispondono ai tentativi di ingresso non curandosi in nessun modo dei diritti dei richiedenti asilo o protezione; da metà del 2017 circa la situazione al confine serbo-croato è diventata sempre più tesa visti gli episodi di violenza e i respingimenti illegali perpetrati dalla polizia croata (accertati dalle associazioni che lavorano lungo il confine e prontamente negati dalle autorità); allo stesso tempo è diventato sempre più difficile cercare di attraversare il confine illegalmente a piedi o nascosti in mezzi in transito quali autobus o treni per via dell’aumento dei controlli e dei respingimenti. È da sottolineare che qualsiasi respingimento avvenga in territorio croato (Europa) risulta illegale dal momento che per legge chiunque giunga in territorio croato ha diritto a presentare domanda di asilo o protezione. Per questi motivi, dunque, la Bosnia ha cominciato a rappresentare una valida alternativa per le persone in transito, essendo tra l’altro un territorio il cui confine con la Croazia risulta meno protetto e molto più ampio rispetto a quello serbo, e questo ci riporta al punto di partenza.

Ad oggi in territorio bosniaco risultano presenti alcune migliaia di persone in attesa di attraversare i confini e queste sono distribuite in pochi campi profughi ufficiali, novità degli ultimi mesi dato che fino a poco tempo fa lo stato non era dotato di nessun tipo di struttura di accoglienza e tutt’ora sono ancora poche quelle adatte, e in alcune città (Sarajevo in primis) in strutture abbandonate, appartamenti o campi profughi informali. La situazione che le persone si trovano ad affrontare è ovviamente diversa a seconda che esse si trovino nei campi o in città, dal momento che, per quanto poco accoglienti, i campi riescono quantomeno a soddisfare alcune necessità primarie, mentre in strada le difficoltà si moltiplicano.


Torniamo a noi.
Come dicevo, sono ormai alcuni giorni che mi trovo a Sarajevo dove lavoro con Collective Aid (vai alla sezione associazioni per capirne di più), un’associazione che si occupa di gestire la preparazione e la distribuzione di tre pasti giornalieri all’interno del campo ufficiale che risulta attualmente quello maggiormente organizzato, Ušivak Transit/Reception Centre (Ušivak TRC), e collabora con altre associazioni e realtà locali nella distribuzione di due pasti giornalieri in città per coloro che non risiedono nel campo. La situazione è molto diversa rispetto a quella che si presenta nei campi al confine con la Croazia (Bihac o Velika Kladusa) perché nel nostro caso siamo in presenza di persone che stanno attraversando il paese e che quindi dovranno affrontare ancora diversi chilometri prima di tentare di superare il confine, azione che viene definita, in modo piuttosto macabro, “gaming”: quando una persona decide di tentare l’attraversamento si dice che “giocherà/azzarderà” (to go gaming) nel senso che si tratta di una vera e propria sfida contro se stessi, contro la polizia e contro la natura del luogo che, soprattutto in inverno, non è di certo benevola.
Le persone che si trovano a Sarajevo, uomini soli o intere famiglie con bambini al seguito, attendono dunque di trovare un modo per attraversare il confine pagando ad esempio dei trafficanti che nella maggior parte dei casi li deruberanno e magari li picchieranno, o utilizzando dei mezzi che per qualche motivo potrebbero essere meno controllati. Molto spesso accade però che chi tenta di oltrepassare il confine venga respinto, derubato, picchiato e si ritrovi dunque al punto di partenza.

Per quanto riguarda l’attività all’interno del campo, ogni giorno due squadre di volontari si alternano all’interno della cucina del campo e del container adibito a zona di preparazione per il cibo: la prima si occupa di preparare e distribuire colazione e pranzo dalle sette e mezza di mattina alle quindici e trenta circa, mentre la seconda si occupa della cena e di cominciare la preparazione per il giorno successivo dando il cambio alla prima squadra e proseguendo fino alle ventidue circa con le pulizie finali. Dalla mattina alla sera i volontari si spostano tra cucina, container e magazzino intenti a preparare, cuocere, lavare e pulire tutto in modo da riuscire a servire i tre pasti. Ogni squadra è composta generalmente da 8 persone che si dividono tra la cucina vera e propria dove vengono cucinate le pietanze e il container dove viene invece preparato tutto ciò che è necessario alla cucina. Punto di forza di questa associazione, che è anche il motivo per cui è stata richiesta per l’intera gestione della cucina del campo, è il fatto che i volontari non lavorano solo per produrre qualcosa di sufficiente alla sopravvivenza ma per riuscire a preparare dei pasti che possano chiamarsi tali, composti da pietanze vicine alle tradizioni dei migranti, che possano soddisfare tutti in modo tale che chi li riceve riesca a sentirsi un po’ meno come un pezzo di carta con sopra la propria foto e un numero identificativo e un po’ più una persona, la cui dignità viene rispettata.

Penso che questo sia uno degli aspetti del nostro lavoro a cui teniamo maggiormente e che spesso viene a mancare soprattutto quando si tratta di organizzazioni governative: l’idea è quella di riuscire non solo a risolvere un’urgenza (riuscire a mangiare abbastanza) ma anche a stabilire un rapporto con le persone che si cerca di aiutare, per uscire dalla logica verticale dell’aiuto calato dall’alto, distaccato, spersonalizzato e spersonalizzante e costruirne una orizzontale caratterizzata dal dialogo, dalla comunicazione necessaria per comprendere quelle necessità che spesso non sono evidenti e non vengono esplicitate ma risultano maggiormente importanti. Dobbiamo, secondo me, uscire dall’ottica secondo la quale siamo qui per portare il nostro aiuto salvifico e che ciò che noi riteniamo essere giusto e prioritario lo sia effettivamente, per cominciare a capire che si tratta di una relazione e non di un’azione, per cui non siamo gli unici protagonisti ma abbiamo un interlocutore attivo davanti a noi con cui costruire ciò che facciamo. È chiaro che devono esistere delle gerarchie, delle regole da rispettare, delle condizioni per riuscire a convivere, ma il modo in cui queste vengono poste o imposte cambia radicalmente il risultato delle nostre azioni.

Per quanto la mia esperienza sul campo sia limitata, ne sono consapevole, vi assicuro che la differenza è davvero lampante anche in un atto che può sembrare così banale come la distribuzione di un pasto: la differenza tra un “pacco alimentare” consegnato dall’esercito all’interno di un campo profughi, contenente le stesse cose indipendentemente dal tipo di persone a cui è rivolto, con troppo poco di ciò che è realmente necessario e troppo di ciò che invece non serve e produce solo rifiuti e sprechi, e un pasto preparato e consegnato da un’associazione come Collective Aid, che cerca di capire cosa vogliono e di cosa necessitano le persone che si trova davanti e prova, nei limiti del possibile, ad accontentarle, è veramente enorme. Quando passi ad un uomo di mezza età, che potrebbe benissimo essere tuo padre, un piatto che gli ricorda qualcosa di familiare nei sapori e negli odori e quell’uomo ti guarda con un’espressione mista di stupore, felicità e gratitudine e ti ringrazia, proprio in quel momento, le ore che hai passato a lavare e tagliare cesti infiniti di patate e cipolle e i dolori a muscoli che non pensavi di avere lungo tutta la schiena, è come se non ci fossero mai stati.

La distribuzione di pasti in città si svolge in un contesto completamente diverso. Dopo aver preparato, in collaborazione con Aid Birgade (associazione di volontari indipendenti), il necessario per la distribuzione del pranzo o della cena in un piccolo chiosco adibito a cucina, ci si avvia verso un parcheggio un po’ defilato appena fuori dalla città nei pressi di una moschea. Qui, come già sa chi viene a mangiare, sistemiamo un tavolo su cui prepariamo tutto l’occorrente per la distribuzione, e davanti ad esso formiamo due file abbastanza ordinate. A ciascuno viene dunque servita una porzione di quello che è stato preparato insieme a del pane e, nel caso se ne volesse ancora, c’è la possibilità di rimettersi in fila e prenderne ancora. Mentre alcuni volontari servono ed altri controllano che le file scorrano senza problemi e senza che si formi calca vicino al tavolo, le persone scorrono e vengono servite circa cento porzioni anche se il numero è molto variabile a seconda dei giorni, delle condizioni meteorologiche e degli arrivi o delle partenze. Quando le file si esauriscono, ne rimane una soltanto per la distribuzione di cibo a chi ancora non lo avesse ricevuto o ne volesse ancora, mentre l’altra viene utilizzata per distribuire del te caldo fino a quando tutti ne abbiano ricevuto a sufficienza.

Durante queste distribuzioni si incontrano facce familiari che si vedono anche al campo, qualcuno di nuovo e qualcun altro che invece si ritrova sempre alle distribuzioni in un clima che solitamente è abbastanza disteso tra mille lingue che si mischiano, c’è infatti chi parla arabo, chi turco, farsi o ancora francese e italiano, c’è chi ringrazia e se ne va, chi rimane in compagnia di altri e chi scherza e grida. È un momento molto diverso rispetto alla distribuzione all’interno del campo perché, trovandoci in un contesto molto più informale e completamente autogestito, tutto risulta più umano e diretto, ma allo stesso tempo è una situazione molto intensa, perché si tocca con mano, senza filtri, quello che succede. Sei dentro la famosa crisi migratoria, sei dentro la rotta balcanica, sei sulla strada di chi arriva da un luogo lontano e lascia tutto sperando di riuscire a spingersi chissà fin dove.

Questo contesto mi riporta indietro alle distribuzioni fatte per le strade di Salonicco, in Grecia, con IHA e Team Bananas, quando ci spostavamo tra la stazione ferroviaria e alcuni edifici abbandonati per distribuire generi alimentari e altri prodotti per l’igiene o per vestirsi. In questo caso le distribuzioni sono più organizzate e trovandoci appena fuori dalla città, non siamo a contatto diretto con i posti in cui queste persone trovano riparo per dormire, come invece accadeva in Grecia, ma le sensazioni sono le stesse e, personalmente, vengo sempre travolto da un misto di emozioni.

Da un lato, distribuire quei piatti e guardare in faccia ognuna di quelle persone mi fa stare bene nel profondo, mi fa pensare che sono esattamente nel posto in cui voglio e devo essere in questo momento (quanto è importante!), mi fa pensare che per quanto piccolo sia, questo gesto possa davvero dare qualcosa a qualcuno, ed è come se in ogni momento sentissi un’energia travolgente che mi fa dimenticare di essere qualche grado sotto zero, dolorante per tutto il tran tran giornaliero e mi fa pensare di poter fare qualsiasi cosa. Essere qui in questo momento, con questo piatto in mano, è la cosa più importante. Dall’altro, anche se cerco di trattenere un fiume in piena di pensieri, dubbi e domande, mi sento terribilmente confuso, perché non sono sicuro di essere in grado di capire quello che sta succedendo alla persona che mi ha appena ringraziato per un pezzo di pane in più, o ancor di più quello che mi sta succedendo tutto intorno. È come se mi guardassi dall’alto e piano piano si ingrandisse sempre di più la visuale fino a comprendere l’intera città, e poi percorressi a ritroso tutta la strada che queste persone hanno fatto per arrivare in questo preciso punto dove mi trovo anche io fino ad arrivare al punto da cui tutto è partito.

Cosa succede? Perché te ne sei andato? Perché tutta la tua città è stata distrutta? Per quale motivo i tuoi fratelli sono morti nell’esplosione di una bomba? Chi ti impedisce di essere ciò che sei, di fare ciò che ti fa star bene, di vivere la tua vita?

Un po’ mi perdo in queste domande e un po’ mi perdo, irrequieto, nel mio senso di inadeguatezza in questo mondo che faccio fatica a capire ma che in qualche modo voglio scoprire per risolvere questo rebus infinito che ho in testa. Mi capita, a volte, di lasciarmi prendere dallo sconforto, dal senso di impotenza, dall’idea che per quanto possiamo cercare di cambiare le cose ci siano dei muri invalicabili, delle barriere che non si possono abbattere, fisiche certo, ma soprattutto mentali, di coscienza, di negligenza. Vorrei in quel momento riuscire a condividere con ogni singola persona che conosco le immagini che mi scorrono davanti agli occhi, i volti di queste persone, le sensazioni che provo, perché, al di là della retorica, sono sicuro che siamo noi stessi il primo ostacolo alla soluzione di un problema che ancora non ho capito del tutto.

Si torna sempre a casa, sia dal campo che dalla distribuzione, e ci si trova ad un certo punto della serata più o meno tutti insieme nella cucina e nella sala di questa grande casa in cui vivono una ventina di volontari che arrivano da tutto il mondo. È il momento che preferisco probabilmente, sul volto di ciascuno di noi puoi leggere davvero chiaramente tutto quello che ha passato durante la giornata, la stanchezza per le tante ore passate a lavorare, la serenità di essere a casa e in compagnia, la gioia per un po’ di cibo e qualcosa da bere, l’irrequietezza per qualche dubbio o domanda irrisolta o per una giornata andata un po’ storta (non fila sempre tutto liscio) e io mi sento bene, stanco ma soddisfatto, non tanto per quello che ho fatto ma per tutto quello che mi circonda, per queste persone che condividono con me i lati positivi e negativi di un’esperienza del genere e che, come me, sono alla ricerca di qualcosa che li ha portati in questa stanza.


A presto,
Davide

2 pensieri riguardo “Quindi vai in Bosnia?

  1. Ciao Davide.
    Ti ringrazio del tuo articolo.
    Secondo me è molto importante sapere cosa succede in quei contesti direttamente dalle persone coinvolte. Non fermare il tuo filo del discorso. Grazie

    Piace a 1 persona

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